STRAORDINARI

Cantata per la fine del mese
di e con Riccardo Goretti, Gioia Salvatori, Simona Senzacqua
scene Federico Biancalani
costumi Anna Missaglia
musiche e ambienti sonori Simone Alessandrini
disegno luci Samuele Batistoni
collaborazione artistica Andrea Macaluso
produzione Teatro della Toscana
“Il lavoro non è più rispettabile dell’alcool,
serve esattamente alla stessa cosa:
distrarre la mente”
Aldous Huxley
“Per uccidere un uomo non serve togliergli la vita, basta togliergli il lavoro”
Pino Aprile
“Fabbricare, fabbricare, fabbricare, preferisco il rumore del mare”
Dino Campana
“La mia generazione ha un trucco buono: critica tutti per non criticar nessuno”
Manuel Agnelli
Lo sanno pure i sassi, secondo Sigmund Freud, padre della psicanalisi, il lavoro che fai è la seconda cosa più importante della vita.
Si sbagliava.
È la prima.
È talmente la prima che spesso, nel linguaggio comune, il lavoro sostituisce l’identità: “Mi chiamo Giovanni, sono un ingegnere”.
“Dimmi cosa fai e ti dirò chi sei”
Siamo stati educati a pensare la nostra identità a partire da quello che facciamo e che sappiamo fare, non importa se ci rende felici, è la prima condizione per trovare posto nel mondo, definirci, garantirci autonomia.
Ma che succede se mentre cerchiamo di costruire le nostre identità sulle competenze, viene meno il rapporto di fiducia con chi questo lavoro ce lo chiede? Cosa accade se queste competenze faticosamente guadagnate vengono sostituite dalle macchine, dal mercato, da una semplificazione produttiva che paradossalmente ha sempre meno bisogno di noi?
Se quello che guadagniamo è meno di quello che spendiamo? Se il lavoro ci sfinisce e insieme ci affama?
Lo spettacolo “Straordinari – cantata per la fine del mese” vuole essere uno sguardo spietato, divertito ma molto (molto) sbigottito sul contemporaneo mondo del lavoro, su quello che resta alla fine del mese dopo gli sforzi, sull’ingiustizia del dover produrre per poi solo crepare a fine viaggio e sull’aver creduto che il mondo girasse intorno ai nostri ombelichi, per poi scoprire che ci manca la collettività, che ci manca casa e qualcuno con cui fare, stare, sperare, sognare.
Con un linguaggio postdrammatico, comico ed amaro, racconteremo dunque la storia di tre persone che fanno cento, e di cento lavori che fanno mille, e di mille stipendi che fanno zero. Passeremo insieme a voi attraverso il tifone umano, lavorativo ed esistenziale di questi rutilanti anni 20.
Del resto, come dicevano in “quel libro”?
“Bisogna che tutto cambi perché niente cambi”
No?
